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Continuiamo il nostro excursus, iniziato qualche giorno fa (parte prima), relativo ad alcuni comportamenti disfunzionali che i genitori, spesso in buona fede, adottano nei confronti dei propri figli, bambini o adolescenti, e che hanno l’effetto di rendere ancora più complicato e tortuoso per i figli il processo evolutivo di costruzione di una solida identità adulta.

IL DISACCORDO TRA CONIUGI VA TENUTO FUORI DALLA RELAZIONE CON I FIGLI.

Prima di concepire i nostri figli siamo solo coppie. Nel momento in cui arrivano i figli diventiamo genitori oltre che coppie. Il rapporto coniugale e quello genitoriale sono e devono essere cose nettamente distinte sia per noi che per i nostri figli. Spesso, purtroppo, questo non accade. Nei casi più frequenti i figli diventano oggetto di triangolazioni e giochi di potere tra coniugi in crisi. A volte vengono utilizzati come “telefoni senza fili” tra coniugi che non parlano più tra loro; altre volte, invece, i figli diventano giudici e arbitri di contese all’interno delle quali i coniugi non riescono da soli a trovare un accordo. Senza invocare esempi estremi, capita molto di frequente che i genitori abbiano visioni differenti rispetto a cosa sia più giusto fare o non fare per educare al meglio i figli. A volte accade dunque che uno dei due genitori adotti una linea di comportamento e imponga delle regole nei confronti di un figlio che l’altro genitore, invece, non condivide e di conseguenza boicotta. Situazioni del genere, oltre a ingenerare confusione nei figli rispetto a cosa sia giusto e cosa sbagliato, determinano l’impossibilità per loro di dotarsi di regole “vere” e dunque di limiti alla propria autonomia. Determinano dunque la mancata acquisizione di una consapevolezza rispetto a ciò che possono ottenere da se stessi e dagli altri e di ciò che invece non possono avere e dunque, in definitiva, determinano l’incapacità di tollerare le mille frustrazioni che la vita, ahimè, regala. Il non avere regole, come abbiamo già avuto modo di osservare nel precedente post, fa si che il bambino o l’adolescente non imparino ad “autoregolarsi”. Non si tratta solo di un problema “etico” in quanto la “regola”non ha solamente una funzione etica per l’essere umano. Imparare il rispetto delle regole da piccoli vuol dire diventare adulti maggiormente capaci di tollerare le sconfitte, gli insuccessi e i divieti e le frustrazioni.

IL RAPPORTO TRA GENITORI E FIGLI NON E’ UN RAPPORTO TRA PARI.

Capita sovente di sentire genitori che definiscono il proprio rapporto con i figli come un rapporto amicale, tra pari. Lungi da noi criticare tutti quei genitori che con fatica riescono a instaurare una buona dose di confidenza e dialogo autentico con i propri figli ma è importante sottolineare come, in realtà, il rapporto tra genitori e figli non è affatto e non deve essere un rapporto tra pari, specie quando i figli sono bambini, preadolescenti o adolescenti. La generazione che precede ha delle responsabilità sulla generazione che segue in tutte le culture del mondo, questo vuole dire avere compiti differenti, differenti ruoli, differenti oneri dal punto di vista giuridico ed economico, differente capacità di giudizio. Un genitore ha compiti differenti e responsabilità nei confronti di un figlio e questo è il motivo per il quale in nessun caso il loro rapporto potrà mai essere paritario in senso stretto, almeno fino a quando il figlio non sarà un giovane adulto. Attribuire ai figli le stesse responsabilità e gli stessi compiti relazionali di un genitore significa correre il rischio di “adultizzarlo”, ovvero farlo crescere prima del tempo e costringerlo a diventare qualcuno che lui ancora non è quando invece dovrebbe vivere ed esplorare il mondo con gli strumenti che ha ovvero quelli di un bambino o di un adolescente. Il diritto di un figlio è avere genitori che lo amano, lo guidano e rappresentano la sua “rete di protezione” dalle difficoltà e dai problemi. Questi elementi relazionali, è evidente, non sono gli stessi che un bambino o un adolescente trovano normalmente in una relazione tra pari.

CRITICARE SEMPRE L’AZIONE COMPIUTA E MAI LA PERSONA.

Se un figlio commette una marachella o non ubbidisce, qual è la differenza tra il dirgli “Sei uno sciocco!” e il dirgli “hai fatto una cosa sciocca!”? E’ evidente che nel primo caso stiamo criticando lui globalmente mentre nel secondo caso non stiamo criticando lui bensì l’errore che ha commesso. La comunicazione da preferire è senza dubbio la seconda per un motivo ben preciso: un figlio non deve mai dubitare che il nostro affetto e la nostra stima per lui non variano sulla base di quanti errori lui commette, di quanti capricci fa, di quanto è buono o bravo. Un figlio deve sentirsi amato, stimato e non giudicato da noi sempre e comunque. Ciò che noi abbiamo il dovere di disincentivare e combattere come genitori sono quei comportamenti sbagliati, inappropriati e scorretti che lui adotta ma non dobbiamo farlo mai emettendo giudizi su di lui bensì sulle azioni che compie.

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