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Contro genitori sempre più iperprotettivi e preoccupati delle conseguenze che
le azioni dei Bambini potrebbero avere sulla loro salute, si oppone la pedagogia del rischio,
secondo cui i bambini hanno diritto di correre alcuni pericoli.

 

Scendi da li che ti fai male!
Non correre!

Quante volte ci siamo trovati a ripetere queste frasi al bambino, in situazioni che, spesso con uno sguardo distratto, abbiamo considerato pericolose?
Quante volte abbiamo preferito mettere fine a un gioco per paura che il piccolo si potesse fare male?

La paura del pericolo è una delle caratteristiche dominanti dell’educazione al giorno d’oggi.
Se una volta, infatti, rischio, avventura, possibilità di sperimentare i propri limiti e le proprie capacità
erano alla base di un’educazione sana ( e di una vita all’aperto, spesso non in presenza dei genitori ),
oggi i piccoli tendono a vivere in campane di vetro, a scuola, a casa, durante il tempo libero, mentre giocano.
Nessuno vuole correre il rischio. In questo modo, tutti ( o quasi ), tarpano il loro bisogno di sperimentare, mettersi alla prova, avere paura e superare la paura.

Quando si parla di pedagogia del rischio, uno dei riferimenti bibliografici è quello di Ellen Sandseter, professoressa al Queen Maud University College di Trondheim, specializzata nell’educazione della prima infanzia.

Nel 2011 pubblicò i risultati della sua ricerca in un articolo dal titolo “Prospettive evolutive del gioco rischioso nei bambini: effetti antifobici delle esperienze emozionanti.”
Nella pubblicazione, la Sandseter individua sei tipi di gioco rischioso da cui i bambini sono attratti:

* l’esplorazione delle grandi altezze, ovvero conquistare la “prospettiva degli uccelli: abbastanza in alto da evocare la paura.”;
* maneggiare utensili pericolosi : oggetti che all’inizio sembrano impossibili da tenere in mano ma che i bambini imparano a padroneggiare;
* stare accanto a elementi pericolosi : giocare vicino a vaste distese d’acqua o al fuoco, consapevoli del pericolo incombente;
* azzuffarsi : rincorrersi, fare la lotta per imparare a negoziare l’aggressione e a cooperare;
* sperimentare l’alta velocità: andare in bicicletta, dondolarsi su liane, altalene, scivoli, andare in monopattino, o sugli sci;
* esplorare per conto proprio il mondo che li circonda.

Quest’ultimo punto la Sandseter lo descrive come “il più importante per i bambini. Quando sono lasciati soli e possono essere responsabili appieno delle loro azioni, e delle conseguenze delle loro decisioni, allora fanno un’esperienza eccitante”. Sparire, perdersi sperimentando il brivido temporaneo e spaventoso della separazione dai compagni.
In quest’ottica il gioco rischioso diviene un’esperienza avventurosa ed ogni azione una sfida.
Nell’intraprendere un gioco rischioso, i bambini si sottopongono a una forma di auto terapia nella gestione della paura, prevenendo che tale paura possa trasformarsi in fobia.
Tutto ciò permette al bambino di acquisire un’immagine realistica di sé e delle proprie potenzialità. Scopriranno la possibilità di farsi male ma anche quella di sbagliare, fallire, affrontare il cambiamento, rialzarsi lavorando per l’accrescimento della propria autostima ed autonomia.

Pedagogia del rischio non significa, naturalmente, insegnare ai bambini ad andarsela a cercare – ci sono situazioni oggettivamente pericolose da cui i piccoli
devono essere educati a stare lontani – , ma tollerare la possibilità che giocando possano farsi male, strapparsi i vestiti, sporcarsi.
Dal punto di vista pedagogico, si tratta di un bel cambio di prospettiva: il bambino, infatti, impara a provare paura e superarla, testa i suoi limiti, comprende fino a dove
si può spingere.

Dal canto suo, l’adulto deve imparare a ponderare bene le situazioni, considerare quale rischio è possibile correre e quale, invece, andrebbe evitato del tutto e,
soprattutto, deve riuscire a essere fiducioso.
Rimuovendo ogni elemento di pericolo, anche il più lieve, forse garantiamo la sicurezza del bambino nell’immediato, ma non gli insegniamo affatto a cavarsela e a lavorare sul concetto di problem-solving molto importante per la formazione del futuro adulto.
Fiducioso nei confronti del bambino e fiducioso del fatto che , anche qualora dovesse andare male, non sarebbe così terribile.
La fiducia dimostrata dai genitori verso il bimbo , si trasforma nel tempo in autostima, coraggio e, cosa molto importante, capacità di stabilire dei limiti valutando le proprie capacità.